lunedì 5 settembre 2011

Il parrucchiere cinese

Oggi sono andato dal parrucchiere cinese. Entro e vedo una sala abbastanza ampia, ma disposta in modo intelligente per sembrare più grande. C’erano sedie di plastica rosse a destra a mo’ di sala d’aspetto; a sinistra invece, la postazione dei parrucchieri: un bancone lungo quanto tutta la parete e sedie girevoli – rosse anche quelle – poste a intervalli regolari. Non ricordo se ci fosse un unico, grande specchio o tanti specchi, uno per ciascuna postazione.
L’odore dell’ambiente è quello acidulo della tintura; c’è qualcosa di caldo che non riesco a idenfiticare.
Davanti a me, oltre all’uomo che mi accoglie, vedo una porta aperta e oltre, una donna cinese china su un lavabo a sciacquare qualcosa. L’ambiente “al-di-la” è spoglio; ricordo solo un pavimento di mattonelle bianche e tanta luce.
Non sarei entrato se non fosse per mia sorella: è stata la prima in famiglia a farsi tagliare i capelli dai cinesi, proprio in quel negozio. Mi ha detto che sono stati precisi, veloci e il risultato – che posso ammirare – è assolutamente uguale a quello dei nostri parrucchieri. Costo: 10 euro.
Io ne pagherò otto, visto che, in vetrina mi sono preoccupato di controllare i prezzi.
Taglio uomo più shampoo uguale otto euro.
Pagherò con due biglietti da cinque spiegazzati che mi ha prestato mia sorella, visto che avevo con me solo il cellulare e la carta d’identità.
Quando entro mi accorgo di una donna dai tratti meridionali e dai capelli rosso vino; spegne subito la sigaretta e varca la soglia dopo di me. Mi lancia un’occhiata in cui colgo sospetto. Va subito da una cinese e le chiede: «Ora tocca a me?»
Ricostruisco l’antefatto: la donna si era concessa una sigaretta e aveva paura che io, entrando mentre lei era fuori, le soffiassi il posto.
Sorrido all’iniquità dell’animo umano.
Attiro l’attenzione dell’uomo cinese che ora mi fissa da dietro un piccolo bancone. È sui quaranta, indossa una maglietta nera e dei calzoni chiari. Ha i capelli nerissimi e spettinati col gel. Gli occhi sono piccoli. Non sorride. Sembra interdetto.
Mi guarda e mi domanda: «Tagliare?»
Ha l’accento che sento addosso a tutti i suoi connazionali in Italia; quella “erre” che vorrebbe essere una “elle”, quel tono rapido e allo stesso tempo incerto. Sa di gel e di sapone. Io, invece, dopo una mattina a fare pilates al parco, puzzo di sudore, ma non m’importa. “Sono cinesi”, mi dico: l’ambiente è informale. Mi sento libero di essere me, di non dover parlare con il parrucchiere, di non dover far finta di sfogliare riviste per guardare tagli che non mi piacciono; sono libero di sedermi lì – su una sedia di plastica rossa, imbottita, col nastro adesivo sullo schienale – sporco, con le infradito ai piedi, i pantaloni della tuta e una maglietta nera che puzza di sudore.
Guardo la gente venuta lì a farsi tagliare i capelli.
All’estrema sinistra, vicino l’entrata, c’è una donna sui trentacinque, d’una bellezza quasi volgare. Porta stivali color cuoio con le frange, un top rosso acceso e dei jeans che terminano poco dopo il ginocchio. Ha gli occhi verdi, brillanti e l’aria di un gatto annoiato. I suoi capelli sono neri dai riflessi blu; lisci come spaghetti. La bocca è ben disegnata ma volgare. Una cinese grassoccia le pettina i capelli con movimenti precisi.
Davanti a me c’è una donna sudamericana piuttosto in carne; sembra bassa e ha i capelli castani che le sfiorano gli omeri. Ogni tanto mi guarda nello specchio. Le leggo sul volto un’espressione dubbiosa negli occhi scuri.
Mi dico: “ecco, sei finito in un posto dove entrano solo stranieri e meridionali”. La cosa mi piace. Sono già convinto del buon risultato ancor prima che il parrucchiere azioni la macchinetta.
Più a destra c’è la donna della sigaretta. Ha l’aria corrucciata e guarda quasi i cinesi con sfida.
Dice: «No a me didietro non me ne frega niente.» e si tocca i capelli sulla nuca. Da come pronuncia le parole, capisco il suo livello di ignoranza. Molto alto.
È indubbio che io mi trovi fra italiani di un ceto sociale diverso dal mio. La signora sudamericana mi sembra molto più dignitosa, per esempio.
La donna della sigaretta continua a lanciarmi sguardi, toccarsi la nuca, guardare i cinesi e ripetere il suo mantra.
Poi si siede e aspetta che quelli le preparino la tintura.
Nel frattempo arriva un altro uomo cinese; cammina strisciando poco il piede sinistro, è magro e ha l’aria calma. Mi guarda e mi dice qualcosa che non capisco; indica la sedia accanto a quella della sudamericana. Mi alzo e mi vado a sedere lì.
Lui, diligente, mi mette un’asciugamano attorno alle spalle e poi mi fascia col telo da barbiere. Io libero le mani dal telo: mi serviranno per spiegargli il taglio.
«Come?» mi chiede.
Rispondo: «Qui, corto.» facendo scorrere le mani sui lati del cranio e sulla nuca.
«Qui, così.» dico, formando una piccola piramide con le dita e posizionandola sulla sommità della testa. «Poco.» aggiungo.
Lui mi guarda e ripete: «Così, poco.» annuisce.
Annuisco anch’io: ci siamo capiti.
Prende una macchinetta e comincia a rasare i lati. Ha movimenti sicuri, veloci, precisi. Rasa un lato, rasa l’altro lato, poi fa scattare qualcosa sulla macchinetta e attacca i confini della sommità del cranio.
Guardo allo specchio e non vedo nulla di dissimile dal modo di tagliare dei parrucchieri italiani.
La basetta è regolata con due colpi rapidissimi. Anche l’altra. Subito.
Per la “cresta” usa le forbici e il pettine. Fa tutto velocemente.
Mentre il taglio prende forma, guardo il mio viso color cocco per l’abbronzatura, il naso grosso, la bocca carnosa, i tratti mediterranei e lo confronto col suo dal naso quasi inesistente, il muso schiacciato, la testa quadrata e gli occhi piccoli, neri, che non vogliono essere guardati.
Capisco quanto quest’uomo possa essere lontano da me; quanto la mia lingua gli possa suonare aliena e difficile da imparare. Do libero corso ai pensieri, alle storie metropolitane che vogliono questi cinesi scaricati in Italia e messi subito a lavorare senza conoscere una parola, una, della nostra lingua.
Non so quanto lui conosca d’italiano, ma credo sia molto, molto poco.
Mi chiede: «Lavale?» e la “erre” diventa subito “elle”. Io annuisco.
Strano che i capelli me li lavino dopo il taglio. Comunque mi alzo, mi faccio togliere il telo da barbiere e lo seguo al lavatesta.
C’è un puzzo acido di tintura; il lavandino accanto al mio lavatesta è sporco di tintura nerastra. Puzza da morire.
Mi siedo e reclino la testa permettendo al cinese di lavarmi.
Lo shampoo che usa mi ricorda l’odore dell’orzata o del latte di mandorla.
Cerco di fissare in mente i particolari di quel posto. Davanti a me c’è uno zodiaco enorme disegnato sul muro; è rosso e ha i segni bianchi. Mi sembra un orologio, ma senza lancette. L’Ariete è disegnata al posto delle quattro, il Toro delle cinque e così via. Il mio segno, il Sagittario, è al posto dell’una.
Il cinese mi lava con movimenti rapidi e mi gratta la cute con i polpastrelli; sembra stia impastando della pizza. È velocissimo.
Se chiudo gli occhi mi sembra d’essere in una fabbrica della Repubblica Popolare dove un robot comunista mi sta assemblando, riparando.
Le mani si fermano. Hanno staccato la spina al robot?
Mi alzo e ritorno alla sedia per farmi asciugare i capelli.
Sulla soglia noto una figura snella e abbronzata. È mia sorella. Di lei per prima cosa ti colpisce il sorriso: bianco abbagliante.
Il cinese la guarda e dice qualcosa che non capisco.
Lei annuisce.
Lui dice: «Asciuga e gel.»
Prende un fono e comincia ad asciugarmi i capelli, poi apre un barattolo di gel di marca italiana e se lo impasta sulle mani. Mi assale un odore penetrante come di plastica bruciata addolcita col miele.
Il cinese mette il gel sui miei capelli, poi dice: «Finito.»
Io annuisco. Lui starnutisce violentemente. Dico: «Salute!»
Mi alzo, vado al bancone, tiro fuori i due biglietti da cinque e dico: «Otto euro.»
Il cinese fa un breve sorriso: «Otto, sì.»
Pago, lui mi da il resto di due euro, sorride.
«Grazie.» dico.
«Ciao!» dice il cinese.
Io e mia sorella salutiamo e usciamo fuori, al sole.


FINE

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