sabato 21 dicembre 2013

Il Natale nelle Lande di Ghiaccio

Gorbash e l'so amis tazzano direttamente dalle botti...


Questo post non ha valore letterario (ma perché, gli altri sì?) ma viene dritto dai miei ricordi.

Quando ero bimbo, di solito passavamo il Natale e il Capodanno nel paesino di Barzio, in Valsassina. Lì mio zio affittava tutti gli anni una casa in una piccola palazzina che io ricordo a ridosso della montagna (non chiedetemi quale montagna sia, però, che io di montagna e cose da montagna non ci capisco un emerito cazzo).

Ricordo che questo appartamento aveva un balcone molto grande che addirittura correva su due lati del palazzo. Ed era tutto nostro.
Di solito mio zio ci metteva su le lucine, poi faceva l'albero e addobbava tutta la casa. Lui è sempre stato uno meticoloso per questi dettagli.
Il risultato era un Natale a misura di bambino, preciso e senza errore. Una festa!

Spesso venivano i nonni (i genitori di mio padre e mio zio) da Palermo e s'andava a mangiare tutti al ristorante Esposito lì di Barzio.

l'Esposito! A mia nonna piacevano tanto quei fiori lì!
Poi s'andava sulla neve con lo slittino. Tra parentesi, mio zio continua a ripetermi che una volta con lo slittino ho falciato un prete dell'oratorio del paesino.

lunedì 9 dicembre 2013

U.S. Marshal - un altro tipo di fantasy - 4 - epilogo



Tre scheletri vestiti da frati.
Gli si avvicinarono, protendendo gli artigli. Poi, Burt scorse i loro denti: gocciolavano di veleno nero. Huecuva!, pensò.
Sparò al primo col fucile. La pallottola si conficcò ai piedi dello scheletro e gli innalzò attorno una gabbia di pietra. Il secondo huecuva colpì il Remington con l’artiglio, graffiò l’acciaio brunito della canna.
Il fucile era scarico e per mettere dentro altre due pallottole, ci sarebbe voluto del tempo, tempo che Burt non aveva. Così, fece scivolare il Remington nella tasca e afferrò la croce.
Un huecuva allungò gli artigli. Burt sentì una vibrazione al braccio sinistro. Urlò e fece un passo indietro. Istintivamente, sparò con la Colt. La pallottola, d’acciaio, rimbalzò innocua contro il cranio dello scheletrico frate.
Per quelli ci voleva argento puro.
Burt guardò il braccio, aspettando di vederselo già nero. L’artiglio aveva stracciato il cappotto, ma non aveva toccato la pelle.
Gli huecuva erano fra i pochi morti a essere originari della Terra e non del Mondo Fantastico. Risalivano ai tempi dei conquistador, perciò conoscevano la Croce e il suo potere. La vista del simbolo, costrinse il frate a proteggersi gli occhi morti e a indietreggiare. Il veleno nero gocciolò dalle zanne sul mento d’osso.
Burt vide uno dei sicari di Conroy alzare il fucile e si gettò a terra. La scarica a mitraglia spappolò il cranio dell’huecuva, lasciandolo una figura grottesca, senza testa. Un attimo dopo, la negromanzia che teneva assieme quello scheletro venne meno e lo huecuva finì a terra, in frantumi.
Così, gli uomini di Conroy avevano anche pallottole d’argento. Comprensibile: forse lo sciamano della CIA non si fidava appieno di quelli del Sinodo e, conoscendone il potere di rianimare i morti, s’era premunito.
E gli aveva fatto un favore.
Burt scaricò la Colt sull’uomo col fucile. Il primo colpo gli aprì un fiore di sangue sulla spalla. L’uomo finì a terra urlando.
A Conroy rimaneva un solo sicario. Otho, invece era ancora invisibile e aveva quattro negromanti. Più un huecuva… e un drago d’ossa.
Proprio il drago scattò. Le fauci si avvicinarono a Burt con la velocità di un treno.
E dalla Crown Victoria distrutta, scaturì un fulmine ramificato.
«Ted!» urlò Burt. Allora non era morto… non definitivamente almeno.
Il fulmine distrusse il muso del drago lasciandolo come un’orrida gallina senza becco.
Poi, lo huecuva fece scattare le zanne. D’istinto, Burt gli cacciò in bocca la pistola e ritirò la mano. Poi gli mise la croce sulla fronte. L’argento sfrigolò contro le ossa maledette e dalla bocca del morto uscì un urlo stridulo, mentre esso si contorceva e agitava le braccia.
Burt ritirò la croce e mise la mano in tasca. Le dita si chiusero attorno al bastone magico. Mentre Ted lanciava un altro fulmine, Burt corse verso il cadavere del mago del Sinodo e gli puntò il bastone addosso. Proprio mentre stava per rilasciare la magia, sentì uno strappo e finì a terra. Dalla pancia gli sporgeva l’estremità di una punta di ghiaccio. Qualcuno gli aveva scagliato contro un proiettile incantato!
Burt guardò…

venerdì 6 dicembre 2013

U.S. Marshal - un altro tipo di fantasy - 3



«Ossa uguale morti, caro Ted!»
La Crown Victoria filava a ottanta miglia orarie, sollevando una scia di polvere. I morti si potevano allontanare o anche distruggere: bastavano i lampeggianti modificati sul tettuccio. Il problema era la quantità. Se Capo Destino aveva ospitato un campo di battaglia… beh… i negromanti del Sinodo sarebbero riusciti forse a evocare un bel po’ di scheletri. Ma Burt non avrebbe mollato comunque, non ora che Conroy e Otho stavano lì, a portata di mano.
Eccoli! S’erano accorti di lui. I cinque di Otho indietreggiarono, allontanandosi dall’aereo. Conroy impugnò la pistola.
Ted scelse, dall’arsenale sul cruscotto, una Desert Eagle calibro .44 Magnum le cui pallottole arrivavano a due miglia di gittata.
Ted aveva imparato a sparare da vivo, dopo il Merging. Da morto, il suo cervello ricordava ancora quei movimenti come un buon programma di computer.
Erano a più di metà strada quando dalla terra cominciarono a sorgere i morti. Scheletri antichi, vestiti da frati.
Poi, Burt vide enormi ossa simili a travi, due ali di pipistrello, un enorme collo serpentino.
«Hanno un drago…»
Il marshal alzò la leva dei lampeggianti e una fortissima luce sacra si irradiò dal tettuccio della macchina. I primi scheletri vennero annichiliti. Le ossa si sbriciolarono.
Un fulmine globulare annerì il cofano della Crown Victoria, prima che Burt riuscisse a far partire lo scudo frontale anti-magia. La forza del fulmine si scaricò al suolo.
Ted si sporse e la Desert Eagle tuonò. Un elementale dell’aria spinse la pallottola fuori dalla canna e dentro l’occhio di un mago del Sinodo.
Lo scudo di Burt tremolò all’impatto con una palla di fuoco. La macchina sbandò a sinistra. Burt lottò per mantenere il controllo; mosse lo sterzo a destra, lasciò l’acceleratore. Ted sparò due colpi. Uno fu deflesso dallo scudo di un mago. L’altro uccise un uomo di Conroy.
I fucili mitragliatori spararono, incontrando la resistenza di uno scudo creato da Ted. Uno scheletro fu indebolito a tal punto dalle luci sacre, da esser distrutto dal paraurti dell’auto; un altro si attaccò allo sportello di Burt e appoggiò una mano al finestrino. Burt si girò e aprì la bocca per gridare.
Poi, lo scheletro fece esplodere il vetro con una palla di fuoco. Burt ebbe salva la vita grazie alla prontezza di Ted. L’elfo morto, con la sinistra, aveva creato uno scudo fra lo sportello e il marshal.
Burt era vivo, ma aveva perso il controllo della macchina. La Crown Victoria sbandò e si ribaltò. Il mondo fuori dall’abitacolo fece un mezzo giro a destra.
Poi ci fu lo schianto.

giovedì 5 dicembre 2013

U.S. Marshal - un altro tipo di fantasy - 2



I navajo chiamavano quel posto “capo destino” nella loro lingua. Dicevano che, anticamente, lì c’era un grande mare e che questo mare era stato prosciugato da un potente sciamano.
«Probabilmente Otho l’ha scelto apposta.» mormorò.
L’ottica della Longbow gli mostrò tre uomini di Conroy armati di fucili mitragliatori. Scaricavano borse di tela nere ai piedi dei maghi del Sinodo. Conroy aveva le mani contro i fianchi e sorrideva. Gli occhi erano coperti da un paio di lenti a specchio. Alla cintura aveva una pistola… e un lungo pugnale dalla lama ricurva e dal manico in osso.
Poi, d’un tratto, capì che qualcosa non quadrava.
C’entrano le ombre…, pensò.
Gli uomini del Sinodo erano cinque, ossia, cinque ombre. Gli uomini di Conroy erano tre, più l’agente della CIA, quattro. Quattro ombre.
«Ce ne sono dieci!» mormorò. Davanti a quella di Conroy ce n’era una che agitava le braccia.
Quel bastardo è invisibile!, pensò. Otho c’era, eccome! Solo che s’era reso invisibile con un incantesimo. Conroy sembrava vederlo benissimo. Forse quegli occhiali…
Dovevano avere una magia rivela-invisibile o qualcosa del genere.
Se fosse riuscito a beccarli entrambi… Burt tirò su col naso, poi fece scivolare la Longbow nella tasca.
Strisciò, arretrando, i sassi d’origine vulcanica che gli scricchiolavano sotto le punte degli stivali. Ted, come sempre, lo seguì.
Scese giù dal canyon, saltando di roccia in roccia. La Crown Victoria era lì: un grosso insetto nero, corazzato, sporco di terra.

Quanti scroll di mouse leggi su internet? - artichelo


Questo è un artiCHElo. Oggi ho voglia di chiamarlo così.
Articolo è 'na parola vecchia, anzi, ve''hia, come direbbero aPPisa.

Quella che vedete sopra è una pergamena, in inglese, scroll. C'è un'altra parola inglese che la definisce, ed è parchment, ma il parchment - che da noi si traduce comunque con "pergamena" - in inglese indica solo il materiale di cui è fatta la scroll.

Preciso. Scroll si traduce con "arrotolare" e indica, più che la pergamena fisica, il rotolo. Questo rotolo può essere di pergamena, di papiro, diquelcavolocheè (un materiale della Madonna).
Fra gli antichi romani era conosciuto come volumen. Tutti i libri erano scroll di pergamena o papiro: erano volumii (due i?)

Poi, il bisogno di diffusione religiosa che aveva in seno la Chiesa Cristiana (dapprima quella Cattolica e poi le altre) ha spinto per la creazione di un metodo di consultazione delle parchment più rapido, più facile, ergonomico, immediato.
Da qui, la creazione del codex, ossia il libro come lo conosciamo oggi.

Sto divaganji.

Perché?

mercoledì 4 dicembre 2013

U.S. Marshal - un altro tipo di fantasy - 1




L’aereo scodinzolò sulla pista, a cinque miglia dal binocolo militare di Burt Grayson.
«Eccolo!»
Burt era sulla sommità di un canyon. La terra rossa gli sporcava il cappotto. L’uomo aveva tolto la stella di latta degli U.S. Marshal e se l’era messa in tasca. La sua auto, una grossa Crown Victoria modificata, aspettava sul fondo del canyon.
Accanto a lui, Ted l’elfo osservava, silenzioso, il volo di un falco. Burt ne studiò il profilo dal naso e dal mento che quasi si toccavano, come una mezzaluna. Le orecchie avevano i padiglioni appuntiti e gli occhi un taglio obliquo. Ted puzzava di morto perché era morto. Burt aveva dovuto ucciderlo.
Era una vecchia storia.
Il marshal abbassò il binocolo e prese il bastone che aveva posato a terra. Era quello a tenere in vita Ted e a resuscitarlo ogniqualvolta veniva ucciso.
Burt si passò il dorso della mano sulla barba ispida, poi cacciò due dita nella tasca del cappotto. Adagio, fece uscire la carabina T-76 Longbow da cecchino. La teneva in una vera e propria tasca dimensionale, cucita sul cappotto. Quando riponeva lì la Longbow, questa semplicemente scivolava in un’altra dimensione ancorata alla tasca. Dentro, vi teneva i caricatori di scorta per la pistola, una croce d’argento e un coltello Bowie dalla lama affilata.

martedì 3 dicembre 2013

Figlioli! Ma il blog di Daniele Imperi lo leggete o no? - recensione sul racconto Cacciatori di Nuvole



bellissima ed evocativa immagine del russo Sergey Tyukanov :)


L’ultimo racconto di Daniele Imperi me lo rileggerei con Limahl come colonna sonora… il Limahl de La Storia Infinita. E, direte voi, quante altre canzoni ha fatto, scusa?
Ah boh!
Perché, leggendo i Cacciatori di Nuvole, mi sento trasportato indietro nel tempo, quando tutto era più facile, quando eravamo più felici, nei bellissimi anni ’80 di Flash Gordon, Bastian e Guerre Stellari.
Dimenticavo E.T.
Ma perché?
Perché Imperi comincia con un uomo che parla a un bambino. Anzi, con un bambino che parla a un uomo. Il bambino rappresenta quella connessione con la fantasia che ognuno di noi – e non lo dico per fare una frase fatta – non deve assolutamente perdere. Vogliamo forse diventare parte di questi impiegati grigi e tutti uguali, questi pendolari che non s’arrabbiano neanche più quando il treno ha cinquanta minuti di ritardo? Vogliamo forse piangere o essere felici se Tohir fa vincere l’Inter o meno?
O vogliamo emozionarci con i fortunadraghi e con le vicende del piccolo robot chiamato D.A.R.Y.L.?
Voi fate vobis, io scelgo la seconda.
Basta leggere bollette e estratti conto: vado e mi leggo un racconto di Daniele Imperi.

martedì 26 novembre 2013

fAnTaSy? - articolo sul racconto

Se volete leggere il racconto su cui si basa questo articolo, il link è questo.


ehm, fantazy?
A cosa serve 'sto articolo? Bah, non ne ho idea, ma credo che possa rispondere alla domanda: "Voglio cercare d'essere un pochino più originale del solito, scrivendo fantasy... come faccio?" (mazza che domanda lunga!)

Io penso che ci possano venire in aiuto un po' di brave persone, nella fattispecie: Mattia Signorini, Christopher Vogler, i siti Elfwood e Springhole.

Fantasy! - racconto preludio a un articolo



l'immagine si chiama Undead Knight, è di atomhawk e la trovate qui



Re-serpente rinasci! Dea della pace, dolore predici. Dio delle tenebre, dolore predici. Tutti vivranno contenti e felici.

I
Miron tirò un undici ai dadi. «Re-serpente rinasci!» disse. «Perché… perché la reciti?» Ianuas fece un ricciolo in aria con un dito e ammiccò.
«Perché ho vinto! Ho scacciato il serpente!» Miron sferrò un pugno sul tavolo e fece tintinnare i boccali. «Oste! Birra! Offro io!» urlò, girandosi verso il bancone per guardare il taciturno Narnus.
«Perché sempre birra?» domandò Ianuas. «Bere acqua porta malattie.» disse Miron. «La birra, invece, la si bolle.»
«Sei un dottore?» chiese Ianuas. «Un alchimista.» rispose Miron, sogghignando. «Ma quella cosa che reciti… cos’è?» Ianuas aggrottò la fronte e si pulì i baffi grigi sporchi di birra.
«Una vecchia filastrocca.» Miron sogghignò e riprese in pugno i dadi d’osso. Stava per tirare, quando si avvicinò al suo interlocutore e disse: «Una profezia.»
«Maddai!» fece Ianuas, barcollando sulla sedia. «E come fa?»
«Beh… Re-serpente rinasci… uhm, poi dea della pace qualcosa… uhm, poi c’è il dio delle tenebre…»
«E tutti vivranno felici e contenti.» disse una terza voce. Miron si girò e squadrò Narnus. «E tu da quando in qua ti ricordi qualcosa?» domandò. «Beh, compare Ianuas, devi sapere che l’oste è smemorato… non si ricorda chi cavolo sia. Rammenta solo il proprio nome.»
«Già.» affermò Narnus. L’attenzione di Ianuas deviò verso quell’uomo taciturno, impegnato a versare birra con un mestolo nei boccali e a condirla con un sacchettino di spezie.
Miron ebbe una reazione strana. Batté un pugno sul tavolo e si alzò. Andò a sbraitare davanti a Narnus. Urlava così forte che a Ianuas fecero male le orecchie. Un armigero dalla faccia di faina alzò gli occhi dallo stufato e si mise a fissare Miron con i suoi piccoli occhi cattivi.

martedì 12 novembre 2013

S.G.C. (ovvero sti gran cazzi)



Ma quant'è figo Henry Faber!, pensai la prima volta che vidi il film Eye of the Needle, tratto da Storm Island di Ken Follett.

L'Henry Faber del film è interpretato da Donald Sutherland, ed è un uomo snello, molto fine, con baffi ben curati e occhi azzurri belli e espressivi. Ha un portamento perfetto, è calmo e educato. Come quello del libro, è un assassino. Una spia tedesca.

Innamorato del personaggio, mentre ero alla Rassegna della Microeditoria di Chiari (BS), dopo aver completato un altro capitolo della traduzione di un bel libro che comincia per "L" e finisce per "mancer" (e questa volta la traduzione la faccio io e non la delego a terzi) mi sono messo a fare un esercizio di scrittura dei miei, ossia: ho aperto un foglio word e mi sono messo a scrivere. Ovviamente, avendo in mente Faber, la storia è risultata una specie di Storm Island dove le spie della Seconda Guerra Mondiale combattono, però, con la magia. Uau, che novità!

Allora. scrivo due capitoli al volo e Stefano Tevini, che è uno dei nostri autori, mi chiede: "Che scrivi? Ancora la traduzione?" gli faccio: "Ma no. Un esercizio, una cazzata." lui prende, legge e mi fa:
"Ben scritto. Ma c'è davvero bisogno di una cosa del genere?"

Ecco la domanda.

mercoledì 16 ottobre 2013

Alduin - un racconto su Skyrim




Alduin dice "Yol" nella lingua dei draghi


Una distesa verde attraversata dal fiume e cerchiata dalle montagne che formano un anello all’orizzonte, tutto attorno.
Su un colle piatto (una specie di rampa di roccia) alcune case lunghe attorno a un’unica, imponente dimora, a forma di nave rovesciata.
Il carro era massiccio. Le ruote piene, niente più che sezioni di un tronco imperniate sui mozzi da cunei di legno, sciaguattavano tra il fango e i piccoli fiori blu di montagna con rumori ora secchi, ora sordi: un rullo di tamburi consistente e infinito.
A bordo, disteso sul fondo e coperto da una pelle di pecora, Ysgramor lottava contro la febbre. Accanto a lui, la sua scure da battaglia, l’enorme Wuuthrad.
Tredici cavalieri scortavano il carro: erano umani d’Atmora, ma pure fra loro c’era qualche mer dai capelli color della neve.
Uno di essi, l’incappucciato Vyrl scrutava il cielo, di tanto in tanto e parlava al malato.
«Il profumo dei fiori blu… è una delle cose più belle di questa terra…» disse Ysgramor, a un certo punto.
«Uh? Ah, sì… i fiori.» Vyrl distolse gli occhi dal cielo: una delle ruote passò in quel momento su un fiore blu, piegandolo e schiacciandolo.
«Sembri distratto.» commentò Ysgramor.
«No… è che… sto pensando a come guarirti, amico mio.» fece Vyrl.
L’enorme guerriero sorrise e rabbrividì sotto le pelli.

giovedì 10 ottobre 2013

Basta raccontini che c'hai rott' er cazzo! - ossia: l'intervista ai ragazzi di Tsunami edizioni

avevo messo la foto di Burzum, ma questa copertina è bellissima!
Come sottotitolo ci potrei mettere: non essere restio a scrivere cazzo nel titolo di un post sul blog, perché i ragazzi della Tsunami edizioni hanno avuto il coraggio (grandi!) di pubblicare alcuni libri dalle tematiche delicate.

e allora, mentre ascolto la canSone Enlightning strikes dall'album Receive del progetto Nocturno Culto's Gift of God, scrivo l'articolo sulla Tsunami!

Ieri li abbiamo avuti come ospiti in trasmissione, nella seconda edizione di The Bookshelf su MW Radio. La puntata andrà in onda... boh... regista, ma tipo quando va in onda?

domenica 6 ottobre 2013

L'orologio d'oro - Tante storie di fantascienza


vorrei visualizzaste Birch, il coprotagonista; per me è Treat Williams! eccolo! è preciso a com'è nella storia, no? :)

Birch buttò il ramo nel fuoco. Era di un giovane pino e cominciò a sparare scintille.
Odore di resina.
«Qui è magnifico.» intervenne Ghiva, indicando le stelle, «È come dovrebbe essere.»
«Le stelle hanno nomi diversi, ma sì… è la mia terra.» disse Birch.
«Caffè?» domandò a un tratto.
«Grazie… ha un sapore strano… mi ricorda lo zenzero.»
«Viene fatto da una radice. Il caffè vero è arrivato con voi sull’astronave; fra poco ci si accapiglierà per quello.»
«Ci si accapiglia per molta roba?» domandò Ghiva.
L’altro fece spallucce, prese la sua tazza e bevve un sorso di caffè di radice.

martedì 1 ottobre 2013

Wuuthrad - un racconto su Skyrim




Alta come un gigante, di metallo color ottone, la macchina sputò vapore bollente.
Il ragazzo sgusciò dietro a un tubo idraulico e scoccò una freccia. La punta rimbalzò contro l’armatura del centurione, dando alla freccia un momento rotatorio che s’arrestò contro una delle pareti.
I capelli del ragazzo erano strinati e i suoi abiti anneriti dal fumo.
Richiamò la magia nella mano sinistra e lasciò scaturire dei fulmini ramificati contro il mostro.
Il centurione gemeva di metallo e pistoni idraulici a ogni passo.
La ayleide femmina puntò il bastone e richiamò la forma di lupo spettrale. Il lupo s’avventò sul centurione, mentre il ragazzo continuava a colpirlo con una catena di fulmini.
Sperava così che i delicati ingranaggi si rompessero, bloccandolo.
Sentì le zanne del lupo stridere sulla corazza d’ottone, poi vide la mano sinistra del centurione (a forma d’ascia) abbattersi sul lupo e farlo evaporare: il legame che lo confinava in questo mondo s’era spezzato.
Il ragazzo portò una freccia all’orecchio. Nel suo campo visivo rimbalzò sulla palpebra protettiva della dinamo. Nel centurione, la dinamo era alloggiata al centro del petto e schermata da una lamina di metallo dwemer.
Però…
All’altezza delle clavicole, schermati parzialmente dagli enormi spallacci curvi, si aprivano due sfiatatoi di vapore.
Se fosse riuscito a colpirli, forse…

lunedì 30 settembre 2013

20 euro al giorno - Tante storie di fantascienza



(cominciato a scrivere per il concorso di Alex Girola "distopie impure" e poi trasformato in semplice esercizio di scrittura)

Svegliarsi attaccati al soffitto. Essere in ritardo per il lavoro.
Accadeva di nuovo perché…
«…perché una stronza s’è dimenticata di pagare!» urlò Salvatore.
A sinistra, la lampada, il comodino e il portatile galleggiavano poco più in alto del letto e delle coperte.
Più in là c’era la porta che dava sul corridoio. All’architrave era attaccata una mano.
«Florinda! Minchia!» urlò Salvatore.
Le nocche della mano di Florinda puntavano verso terra, le unghie verso il soffitto. Poi apparve la testa: un ovale coperto da una massa di capelli dorati fluttuanti, come alghe, verso l’alto.
«Scusa Salvo! Che ti devo dire?» la voce rotta dalla frustrazione, Florinda oltrepassò l’architrave ed entrò in camera da letto.
«E che mi devi dire! Venti euro ce li hai?»
«Ma se ci ho fatto la spesa!» protestò la donna.
«Senti qua! E dobbiamo andare a prelevare?» fece Salvatore.
«Eh!» disse Florinda.
«Puttana di Eva!» Salvatore grugnì e camminò sul soffitto, scavalcò l’architrave senza neanche degnare la moglie di uno sguardo.
«E dove vai?»
«E dove vado! A cercare le chiavi della macchina!»
«Ma che cerchi? Il “cazzillo” è collegato pure su quella, Salvo! Se hanno staccato la gravità in casa, pure la macchina è senza!»
«Minchia!» urlò Salvatore, «Minchia!» ripeté.
Gattonò sino alla finestra e guardò fuori.

mercoledì 18 settembre 2013

Alla fine Marin muore... ma no dai!



Raga ma ve lo ricordate il mio articolo sulla fanfiction?
Eccolo!

Ragazzi c'è anche il podcast con la puntata sulla fanfiction  - ospite Queenseptienna ovvero Daniela Barisone.
Il podcast è qui!

Va beh, ma cosa vi volevo dire?

sabato 14 settembre 2013

Una grossa pepita d'oro - Tante storie di fantascienza


«Si dice che il vecchio Francis lassù abbia trovato qualcosa.» tutti pensarono all’oro e Greedy Mule s’affrettò a rispondere:
«Nah… lui cerca il filone principale, quel pazzo, ma non è di quello che parla la gente.»
«E di cosa?» Talverston schiacciò una pulce che aveva preso dalla barba.
«Sia dannato se lo so.» Greedy batté il bicchiere vuoto sul tavolo e alzò due dita, senza nemmeno guardare il barista.
«Non posso più farti credito Johnson.» disse il barista, versandogli però un bicchierino.
«Tutte le volte la stessa storia!»
«Però ci guadagni sempre un bicchiere, Tector!» ridacchiò Talverston.
Tector Johnson, alias Greedy Mule, alzò il “calice”: «Alla salute!» disse.
E guardò ciascuno dei presenti con un’occhiata carica di male.

giovedì 12 settembre 2013

La tomba fra i monti Himeliani - un racconto su Conan il Cimmero



«Prendetelo!»
Yezda indicò Conan e lasciò che i suoi guerrieri si gettassero nella tomba. Il cimmero aveva solo un pugnale, e l’agilità e i muscoli di un leone. Scagliò l’arma contro il primo, facendogli scoppiare la carotide quindi balzò sul sarcofago che stava al centro della sala.
Un dardo gli strisciò il fianco e una katana gli mancò d’un soffio il piede. Conan sferrò un calcio allo sgherro di Yezda e gli si gettò addosso con tutto il suo peso. La schiena dell’uomo s’inarcò e gli occhi si rovesciarono mentre il cimmero lo atterrava. Usò quell’uomo per parare un colpo di katana, quindi gli prese la katana.
«Su! bastardi!» disse, digrignando i denti. Uno di quelli accolse l’invito e lo caricò con la katana.

domenica 8 settembre 2013

Joan vuole vedere il mare - esercizio di scrittura



«Oh, Simon, l’altra sera non t’ho visto!»
«Beh, non posso sempre essere dove vuoi e poi cosa direbbe la gente?»
Joan scrollò la testa e si strinse le mani in grembo: perché Simon le parlava così? Non l’aveva capito dunque che l’amava? Perché era così insensibile?
«Ti aspettano per colazione, Joan.» disse Simon, afferrando l’ombrello.
«Per favore… non fare così! Non capisci che ti amo?» sbottò Joan.
«Stai scherzando? Come riesci a parlarmi? Da quando ci vediamo? Sono due mesi, no? Vivere nella stessa pensione non ti da il diritto di parlarmi in questo modo.» disse Simon.
«Io… va bene, debbo prepararmi alla colazione.» mormorò Joan, afflitta. Guardò Simon aprire la porta e infilarsi il cappello. Poi l’uomo uscì sotto la pioggia.

giovedì 5 settembre 2013

Ahzidal - un racconto su Skyrim

... precedente: Ysgramor



«Ciò che Vyrl chiama “magia” è un banale movimento di molecole! Ora guarda, uomo!» l’alto Cuolec svoltò l’angolo e alzò il braccio.
Il ragazzo gli arrivava giusto agli occhi, neri e intensi, ma aveva una struttura fisica più forte e più larga e capelli d’una sfumatura ottone, lunghi e mossi come alghe sott’acqua.
Sia lui che Vyrl scrutarono la palla metallica che sorgeva al centro dell’aedromo.
«Non avevo mai visto nulla di simile!» mormorò Vyrl, grattandosi la tempia, «Potrebbe contenere la casa del Principe delle Nevi!»
«Lasciando ancora spazio vuoto.» aggiunse il biondo.
Cuolec chiuse gli occhi a fessura e si lasciò andare a una risatina. Come i mer, aveva orecchie appuntite, ma più lunghe e sporgenti e il suo viso era ornato da una lunga barba d’un nero bluastro piena di ricci.
«In verità anche questo oculario non rappresenta che la minima parte della nostra scienza.» dichiarò, abbassando il braccio.
«Ma a cosa serve?» chiese il ragazzo.
«Temo ora che il dwemer si lanci in una spiegazione incomprensibile, serpentello.» s’intromise Vyrl.
«No, nessuna spiegazione incomprensibile… per gente civilizzata… ma, perché quel nome?» domandò, curioso, il dwemer.
Vyrl sorrise, mentre il ragazzo divenne rosso.
«Oh, la sua gente adora i draghi… e lui pure.» disse il mer delle nevi.
«Mai sentito di nessuno tanto stupido da adorare quelle bestiacce,» fece Cuolec, sfiorandosi la barba, «però sono potenti e furbe, questo sì! Tra me e una di loro ci sarebbe sempre competizione, mai un rapporto di sudditanza… di sicuro!»
«Fra te e una di quelle bestie ci saresti tu bruciato vivo.» intervenne Vyrl.
Il dwemer, punto sull’orgoglio, si girò a guardarlo: aveva da tempo in serbo una domanda e decise che sì, era venuto il momento di usarla contro la stupidità di Vyrl.
Disse: «Come ha preso il ragazzo la storia di Saarthal?»
Il mer chiuse la bocca e spostò lo sguardo sul suo giovane umano.

domenica 1 settembre 2013

Ysgramor - un racconto su Skyrim



Ysgramor incrociò le braccia e alzò la testa.
C’era qualcosa di magnifico nella sfera. La sua perfezione, prima di tutto: mai nessun artigiano sarebbe riuscito a riprodurla.
Era un globo, una specie di occhio gigantesco sospeso in aria e pulsante di luce.
Lo sguardo dell’uomo si posò sulla superficie liscia, color del mare, dove apparivano e svanivano disegni di suoni, “segni”, come erano conosciuti fra i mer.
Pure l’oggetto aveva dei rinforzi scuri, simili a strisce di metallo, che seguivano percorsi regolari e bizzarri al tempo stesso.
«Un uomo ci potrebbe entrare benissimo.» commentò Ylgar.
«Guarda quei segni!» fece Yngol.
«Questo è un grande potere…» disse il loro padre, stringendo gli occhi, «un potere che non comprendiamo.»
«Dici che è sventura?» domandò Yngol, girandosi verso Ysgramor.
«È al di là della sventura, figlio.»
«Io non smetterei di costruire la città solo per questa sfera azzurrognola.» commentò Ylgar.
«Non si potrebbe nemmeno a volerlo.» fece Ysgramor, «la nostra gente ha smontato le navi per costruire case: da qui a Capo Hsaarik è tutto portare legna, martellare, erigere muri. No! Si rivolterebbero se gli dicessimo di lasciare Saarthal.»
«Rivoltarsi contro di noi? E da quando siamo i loro capi?» domandò Ylgar.
«Non lo siamo, nessuno l’ha detto, eppure si fidano e rispettano ogni nostra parola, ogni nostro giudizio.»
«Credo tu abbia ragione, padre.» disse Yngol.
«Certo che ho ragione! Ma tuo fratello qui, non lo ammetterà mai.» Ysgramor scoppiò a ridere, fissando il minore dei suoi figli, Ylgar, in tralice.
Poi riprese:
«Questa sfera mi ha dato un’idea.»

venerdì 30 agosto 2013

Sussurri - un racconto su Conan il Cimmero


 
1
Conan fu distratto dallo sbattere di una porta.
Apparve un prete di Mitra dal monastero sulla strada per Numalia. Il suo incedere rapido e le sue vesti pratiche facevano da contrappunto all’opulenza dei nemediani, al fasto delle loro ville e alle acconciature stravaganti delle donne. Il prete venne raggiunto da un sergente e due guardie. Era notte e i fuochi della festa di primavera ardevano senza posa per le strade, mentre vagabondi e saltimbanchi facevano i loro numeri attirando capannelli di curiosi. Conan, sfruttando la temporanea assenza di coprifuoco, aveva deciso di rapinare il monastero. Si diceva che l’abate Neid possedesse una collezione di uova di vetro. si diceva che alcune di quelle uova fossero addirittura di diamanti. Ce n’era poi una che i ladri di Numalia assicuravano essere ricavata da un unico diamante ed essere grande come un uovo di struzzo. Conan non aveva mai visto niente di simile, ma era lì per verificare. Se avessero detto il vero, i ladri si sarebbero meritati un giro di birra a spese sue.
Non seppe che cosa, nel prete, riuscì a distoglierlo dai suoi propositi, ma sentì l’impulso di seguirlo. E lo fece. Si tenne nell’ombra o dove la folla era più concentrata: aveva indosso semplici abiti scuri, di cuoio, molto pratici. Portava una sacca di cuoio, una daga e un minuscolo coltello. Niente che non passasse inosservato quella notte.

domenica 28 luglio 2013

Zombie per le vacanze

come cover ho scelto questo bellissimo disegno del gioco Road of the Dead di Evil-Dog. Potete trovare disegno e gioco qui!


Me ne aveva parlato il mio socio Valerio e ancor prima avevo letto almeno il titolo e mi aveva incuriosito. Si tratta del libro "Married with zombie" (se non sbaglio il titolo originale è questo) da noi tradotto come "Finché Zombie non ci separi".
Me lo sono comprato come libro per le vacanze, scegliendo più o meno accuratamente fra pochi, ma bei titoli di zombie.

mercoledì 24 luglio 2013

La mela è la Terra - racconto




Di pomeriggio, quando tutti dormivano, il bambino s’annoiava e voleva giocare. Spesso, allora, dopo che la mamma l’aveva messo a letto, lui saltava in piedi e camminava per la casa silenziosa.
Era una grande e bella casa, con le persiane di legno chiaro bloccate da piccoli oggetti che il nonno chiamava “Anitaegaribaldi”. Si trattava di teste in ferro montate su una sorta di perno. Si bloccavano e sbloccavano, trattenendo le ante delle persiane.
Durante il pomeriggio, al bambino non era permesso di uscire. Il papà aveva detto che bisognava stare dentro. Lui allora si metteva dietro le persiane chiuse e guardava le lame di sfolgorante luce entrare dalle scalette.
Dentro quei fasci c’erano una miriade di cose piccolissime che il bambino chiamava “pelucchi”; sembravano nuotare nell’aria, lentamente, per poi svanire una volta usciti dai confini del fascio.
Quel giorno, si mise a disegnare.

martedì 9 luglio 2013

Cold John Does - Tante storie di fantascienza


Da qualche parte tra il Laos e la zona demilitarizzata, 1969.

Carl odiava usare i CJD.
Si grattò la barba e accese una sigaretta, fece un tiro e allungò il braccio. Una sanguisuga bella grossa, che gli pompava sulle vene. Carl avvicinò la sigaretta su quel corpo rigonfio. plop! la bestia esplose e scivolò via.
«Beh, skipper, se non altro gli facciamo il culo…» il sergente Goodman stava cuocendo la colazione nella sua lattina riscaldata al C4. Le fiamme si propagavano, azzurre, dalla buca sotto il telo mimetico.
Carl annuì e porse il telefono all’RTO, il radio operatore. Il ragazzo, piccolo e spaventato, deglutì:
«Tenente… usiamo I Cold John Does?» domandò.
«Hai sentito Mike Six. Ora trovami il trainer.» Carl, il volto lucido di sudore, accostò la sigaretta alle labbra.
L’RTO annuì e uscì dalla buca.
Poco dopo, si udirono dei passi provenire dall’esterno. Gli stivali dei Marines sciaguattavano nella patina liquida e marrone sull’altura, bruciata dai defolianti.
Carl fece l’ultimo tiro e buttò la cicca. Prima di uscire dalla buca, annusò il vago aroma di carne e spaghetti.
«Lasciamene un po’ sergente.» disse, guardando Goodman.

venerdì 21 giugno 2013

Lo smarfone - Tante storie di fantascienza



questa immagine è di AustrianDreams, potete trovare l'originale qui.

«Signor Sputnik, buongiorno!» Veronica Negri si alzò e strinse la mano all’uomo.
Sputnik era alto, magro, vestiva d’un completo Gucci e aveva occhiali Armani dalle astine spesse e bianche. Sulla cravatta, blu scuro, c’era una minuscola bandierina della Svezia.
Veronica annusò un leggerissimo odore di dopobarba e quell’asettico aroma di scarpe nuove di tela leggera.
Lei indossava un tailleur e due gocce di Alien di Mugler versione estiva. Per ricevere Sputnik, si mise anche un sorriso di denti bianchi, scintillanti.
«Signora Negri! Lei è un incanto!» Sputnik le strinse la mano, gliela trattenne, se la avvicinò alla bocca e accostò le labbra sul dorso. Dove un italiano avrebbe semplicemente detto “che piacere”, Sputnik era andato oltre.
Veronica aumentò il sorriso e disse: «Un caffè?»
Sputnik sorrise a sua volta e annuì. Veronica gli indicò la sedia rossa, di design: «Prego!» disse. L’uomo annuì e si accomodò.
Aveva una valigetta.
Assomigliava a una Sanwa in alluminio, una porta-pistole; Sputnik la sollevò e la depositò delicatamente sul tavolo in vetro bianco di Veronica.
Bussarono alla porta.

giovedì 20 giugno 2013

mój reżyser jest jasnowidz - praticamenji il mio regista è veggente

Ciao Pino, cosa ne pensi della fanfiction? Pino: "Fanfigscion affangul' datevi fuoco!"


E' veggente perché penso che praticamente sia bella la gente insana di men ...

basta.

Ieri sera habeamus (si dice così?) fatto la registrazione della puntata di The Bookshelf e come ospite c'era Daniela Barisone.
Con Daniela abbiamo parlato di "fanfiction" e il mio regista mi fa: "Sicuro che domani fai un articolo sulla fanfiction"
e io: "Boh, no ... dai, ho altro da fare."

Seguitemi! Conosco la strada - racconto della serie "Asgard - dall'altra parte del portale"

questo era il simbolo della Società Thule


«Gedenke, dass Du ein Deutscher bist. Halte dein Blut rein!»
«Ricorda che sei un tedesco. Conserva il tuo sangue puro!»
(Motto della Thule-Gesellschaft)

Il vento. Era la rabbia del nord e si faceva beffe dei cappotti e delle sciarpe dei tedeschi che camminavano sui sentieri, fra le rocce appena sfiorate dalle capre di montagna.
I cavalli – unica moneta di scambio – s’erano rivelati un peso e arrancavano adagio, tirati per la briglia da SS dalle facce grigie.
Un preludio d’alba infettava nubi cariche d’acqua, irraggiando gli speroni brutti e distanti.
Sulle vette, soffi improvvisi snidavano la neve fresca gettandola ai quattro venti come uno spruzzo di farina.
Farina. Pane.
Karl Maria Wiligut, detto Weisthor il Mago, affondò la punta del bastone runico nella neve, immaginandosi una bella fetta di pane nero e un pezzo di carne.

lunedì 17 giugno 2013

La grammatica italiana e lo Scotto da pagare

non c'è bisogno di didascalia alcuna

Minchia!
Punto.

Ce l'avessero fatta studiare meglio la grammatica a scuola o fossimo noi stati più attenti, non si vedrebbero oggi certe cose.
Cose che combino anch'io (non che sia il figo che non può combinarle). Ogni tanto rileggo ciò che ho scritto e mi fulmino da solo e mi sento invaso da incredulità e allegria. Mi dico: "Mammamia che pecora!" e non nel senso sessuale, ma nel più ovino senso possibile.

venerdì 14 giugno 2013

Voglio che diventi lei - Tante storie di fantascienza

quest'immagine è di doll-lucci, potete trovare l'originale qui.
Quella mattina Silvia era una bella e formosa rossa con le lentiggini e il nasino all’insù alla Lindsay Lohan – prima che la Lohan diventasse magra e bionda, s’intende – e s’arricciava i capelli con le dita, scoprendo appena il labbro superiore in un sorriso.
Si sentì addosso gli sguardi degli uomini. Quando salì sulla metropolitana, addirittura, la mano di qualcuno le sfiorò le natiche un paio di volte.
Silvia arrossì e cominciò a guardarsi la punta delle scarpe. Ne aveva scelte di belle: un paio di All-Star colorate con fiorellini da hippy.
Quella mattina faceva la sedicenne. Aveva ripescato un vecchio zainetto Eastpak e l’aveva decorato con un paio di scubidù fatti a mano dai cinesi.
Scese a Duomo, prese un gelato da McDonald e lo leccò apposta come se facesse un pompino – lo aveva visto fare un parecchi film a luci rosse – attirandosi i fischi di un gruppo di ragazzi.
Era al settimo cielo.
Finché non vide un’alta, statuaria, asiatica dalla pelle bronzea e dal tailleur di Gucci, corto e cinerino, tagliarle la strada.

Gli alberi - Tante storie di fantascienza

Il cane abbaiò, slanciandosi in avanti e ricadde, trattenuto dalla mano di ferro del proprietario.
Avevano seguito una strada di impronte fino al cerchio d’alberi presso il fiume. Il cielo indossava una sfumatura metallica e lasciava cadere piccoli fiocchi come penne di gallina. Uno di questi si depositò, senza far rumore, sulla punta del naso di Reyan Caeen re di Tulo. Il microscopico, perfetto, cristallo si ruppe bagnando lo strato di grasso che ricopriva la pelle del re.
«Maestà, il giovane qui non è un cane bene educato.» disse Caolan Balthair, capo della guardia reale.
Reyan fece schioccare la lingua e richiamò l’attenzione del quadrupede, quindi lasciò il collare. Nella mano destra, però, aveva già pronta una strisciolina di carne essiccata che aveva preso da una borsa alla cintura. Il cane guardò la carne. Reyan alzò l’indice e il cane si sedette, toccò il pugno del re col naso e aspettò. Reyan aprì la mano e il cane prese delicatamente la carne, la inghiottì e si girò di nuovo.
Dal sentiero arrivavano due uomini: i loro stracci volteggiarono al soffio dell’aria; i loro passi furono incerti. La testa di uno era gettata all’indietro. Le bocche erano aperte e facevano uscire un monotono, lungo e lugubre “aaah”.

Mr. Sputnik - Tante storie di fantascienza

questo signore nel ritratto è il presidente della Cecenia a cui mi sono ispirato per la figura di Karmaniov

«Abbiamo perso un’altra armata lungo il confine, signore.»
Aslan Karmaniov guardò il ministro della difesa con i suoi grandi occhi azzurri, poi si mise in bocca una sigaretta e aprì il cassetto della scrivania presidenziale. C’era una grossa pistola automatica: Aslan ne estrasse il caricatore, lo rimpinguò con un paio di pallottole e lo reinserì, poi si alzò e flesse due dita verso il ministro che già gli porgeva la fondina ascellare.
Aslan la allacciò e fece scivolare la pistola nel fodero.
«Gli americani quando ce li danno questi aerei?» domandò al ministro.
«Niente aerei, presidente: né con i canali ufficiali, né sottobanco.» rispose il ministro.
«Tivù del cazzo!» ruggì Aslan, «Lo fanno per la tivù e per i giornali. Procurami un’intervista con qualche stronzo occidentale.» il presidente indicò il ministro.
«Anzi, dammi il fucile!»

mercoledì 12 giugno 2013

Soli uno uno - Tante storie di fantascienza

questa è un'opera dell'artista raven2663, potete trovarla qui.
-->
Claudio fermò la macchina, mise le quattro frecce e aprì lo sportello. Nessuno. Non c’era nessuno. Aspirò l’odore di carburante e s’aggrappò a quello. La benzina, così acida, gli inebriò le narici e lo fece sospirare.
Vide le auto ferme, il semaforo lampeggiante. Vide un volantino venire soffiato dal vento. Il foglio di carta gli si avvolse alla caviglia e, adagio, Claudio lo prese. Pubblicizzava un kebab.
Guardò un camion della nettezza urbana con le sei frecce lampeggianti. Lo sportello del passeggero era aperto. Il motore era spento.
Claudio attraversò la strada, guardando a sinistra per abitudine, e si avvicinò al camion. Aggirò la cabina e guardò dentro. Era un modello con la guida a destra. Vide il cruscotto disseminato di post-it gialli, vide un giubbetto catarifrangente abbandonato sull’altro sedile. Ma nessuna traccia del guidatore.
Si girò e osservò il palo della fermata di un autobus. Sulla banchina non c’era nessuno.

sabato 8 giugno 2013

... e in questo momento sto guardando Doctor Who

Ho tante storie per la testa e in questo momento sto guardando Doctor Who, quindi altre me ne vengono in mente.
In questa puntata ci sono dei dinosauri su un’astronave.
Dunque è un periodo non male per me per scrivere, di fatti scrivo, scrivo e ho sempre in mente trame che si susseguono e che mi spingono a comporre subito piccoli racconti da mettere sul blog.

L'uomo che distrusse l'universo - Tante storie di fantascienza

-->
questa è un'opera dell'artista sqthreer, potete trovarla qui.

La corte d’assise si trovava nella bolla extradimensionale numero “g-radice di epsilon, dove epsilon è la densità del passo del ragno di un pianeta variabile x di Epsilon Eridani”.
Avrebbe affrontato, la corte, il caso più grave di sempre.
Il giudice era l’onorevole Naumo della specie delle ombre. Le ombre erano eterne e inesistenti; c’erano e non c’erano. Naumo era sempre stato nell’aula g-rad-epsilon senza mai esserci stato.
Era importante, che la parte degli !ekh” dell’aula fosse sempre a una temperatura fra i – 18 °C e i 35 °C, o altrimenti gli !ekh” si sarebbero trasformati da maschi in femmine.
Era importante che gli !ekh” rimanessero maschi, perché le femmine !ekh” appartenevano a una specie leggermente diversa, le !ehk”” e tutto l’universo sapeva quanto fossero irrazionali e impulsive le !ehk””. Dunque, mettendole in una corte d’assise, sarebbero state una specie di bomba a orologeria.
I g, che erano dei piccoli soli, avevano una sezione dell’aula a parte, per ovvi motivi. C’erano le zanzare-aquilone di Gliese 581 e gli elettroni di Rigel.
«Che entri l’imputato!» disse la corte.

mercoledì 5 giugno 2013

La notte degli ustmerc - racconto della serie "Asgard - dall'altra parte del portale"



piccoli, simpatici, amici
L’Artiglio trattenne il respiro.
C’era un clima di attesa, che ai più sembrava l’unico baluardo contro la fine. Oltre le mura del castello, le tenebre e la nebbia nidificavano nel silenzio come i semi del male.
L’umidità scendeva gocciolando sugli elmetti, sulle svastiche, sulle teste di morto abbarbicate alle uniformi grigie delle SS.
Le grandi lenti fotoelettriche insinuavano le loro braccia bianche nel buio, guidando gli occhi d’una sentinella.
La “Porta”, era di nuovo operante, e i gerarchi stavano dando l’ultimo saluto alla terra d’Asgard, per tornare in Germania. A Hitler premeva di più la situazione sul Fronte Orientale, che qualche scaramuccia tra barbari con spade e frecce.
Eppure, neanche mille russi, neanche un milione di feroci siberiani dai visi informi come pezzi di cuoio avrebbe potuto fare ciò che gli ustmerc fecero quella notte. Di questo, Karl Maria Wiligut, detto Weisthor, il Mago, ne era sicuro.

Essere o non essere - racconto della serie "Asgard - dall'altra parte del portale"




Karl Maria Wiligut accese una sigaretta e guardò il calendario. Ventuno giugno, anno 1942. Il solstizio d’estate.
Sentì, o credette, le forze magiche, che permeavano la terra, salire dentro le mura del castello e fargli vibrare le punte dei piedi.
Prese il bastone di quercia, intagliato con simboli runici, e aprì la finestra, per respirare il gelo d’estate.
Vide il Picco Inaccessibile discendere scabroso e infilarsi nella bruma mattutina, attraverso cui sorgevano, come isole, le cime degli alberi.
L’aria era elettrica.
Wiligut appoggiò il bastone al davanzale e cercò una sigaretta.
Poi bussarono alla porta.
Il Mago si accigliò e si girò: «Avanti!»
Non gli piacevano le intrusioni nel suo ufficio. Quella stanza gli era stata assegnata da “Heini” Himmler e Wiligut l’aveva fatta diventare il suo regno. Aveva scolpito idoli pagani, aveva raccolto reliquie dei nibelunghi e una testa di ustmerc.
Essa campeggiava sul suo tavolo da lavoro, fra pile di libri esoterici e documenti segreti. Era un cranio prognato dalla nuca lunga e profonda. Le orbite vuote erano grandi ciascuna come il pugno di Wiligut e poggiavano sul cranio frontalmente. La mandibola finiva in una specie di becco tronco, dove avrebbe dovuto esserci l’Unico Dente. Non era chiaro come usassero quell’appendice gli ustmerc. Il medico personale del Fuhrer, in visita per studio ad Asgard, aveva detto che “quei sottosviluppati usano il dente per nulla di buono”.
Wiligut, invece, preferiva pensare al mostruoso cranio come un portamatite. Teneva le sue accuratamente temperate dentro le orbite; le prendeva e le usava per tracciare esili rune sui fogli d’appunti.
Sentì il cigolio dei cardini – avevano costruito l’Artiglio da nemmeno due anni e già le porte facevano quel rumore – e vide la figura alta e bionda di Reinhard Heydrich, il capo dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich.

martedì 4 giugno 2013

Fräulein Anna - racconto della serie "Asgard - dall'altra parte del portale"





“ … non sarò nessuno, ma fra le mie pagine ho il potere di far rivivere Rudolf Hess, per esempio … ”
citazione anonima

A Nord del Picco Inaccessibile, su una spianata artificiale, Hitler aveva voluto una pista d’atterraggio.
Era la prima, ad Asgard.
E per lungo, lungo tempo, sarebbe stata anche l’ultima.
Il vento soffiava dalla costa lontana, trasformandosi in tubine di ghiaccio sulle montagne e gelando le terre del Passo di Baldrin e la “Forca” del fiume Svansjo. Poi il vento, carico d’odio, con la sua forza smussata, piombava tra le rocce, ululando sulla pista.
Rudolf Hess camminò verso la sagoma del suo Messerschmitt Bf 110. L’aereo era un’enorme balena di ferro di dodici metri, con due motori Daimler-Benz da mille cavalli.
Hess ne aveva curato di persona la fase di smontaggio e di trasporto, con i pezzi imballati in casse di legno e calati, attraverso un sistema di pulegge, nella “pozza” del castello di Wewelsburg.
Dall’altra parte, su Asgard, il Bf 110 era stato trasportato a bordo di muli lungo i sentieri a Nord, fino alla spianata artificiale. Lì, era stato rimontato.
Hess salutò il nano aviere all’ingresso e consegnò un documento.
«Il piano di volo.» disse, in tedesco.
«Sissignore.» rispose il nano, afferrando il documento e portandosi alle labbra un fischietto. Il nano fischiò e un altro aviere corse, salutò e afferrò il documento, poi si mise a trotterellare verso un gabbiotto di legno, di fianco alla pista.
Hess camminò a passo svelto verso l’aereo; lo fece mentre indossava il casco e gli occhialoni. All’ultimo, si toccò la tasca interna del proprio giubbotto da pilota: l’anello runico riposava lì, lontano da ogni sguardo.
Adolf ha preferito a me quel Taubert!, pensò Hess, e non mi ha incluso nella schiera dei dodici!
Doveva compiere un grande gesto, di modo che il suo Fuhrer avrebbe capito, avrebbe fissato di nuovo gli occhi sull’amico e sull’alleato di sempre.

lunedì 3 giugno 2013

Giuri sulle Sacre Corna? - racconto della serie "Asgard - dall'altra parte del portale"


«Io nel dubbio mi sono venduto il tuo culo.»
Szmu* mise una mano sulla spalla del nano Dolek Kozak e ridacchiò con un angolo della bocca (dall’altro pendeva una sigaretta piegata a boomerang).
Dolek alzò lo sguardo rassegnato verso Szmu e annuì:
«Grazie amico, è proprio un bel pensiero da giudeo.»
Le parole del nano strapparono una risata all’uomo alto dal naso aquilino e gli occhi azzurri da omicida:
«Pensa se … ah! No, è troppo divertente!»
«Parla pure!» lo invitò Dolek, facendo fare un mezzo giro alla mano destra e mettendo il palmo all’insù.
Szmu tolse la sua dalla spalla del nano e, ridendo, si pulì la saliva con la manica del cappotto:
«Pensa se fossi nato nano ed ebreo!» disse, prima di cedere a una nuova esplosione di risa.
Dolek alzò un sopracciglio: «Divertente, molto divertente … magari perché non negro?»
Szmu si bloccò, quel tanto che bastava per udire le parole dell’altro, e poi inarcò la schiena e gettò la testa all’indietro, continuando a ridere: «Negro! Pensa un po’: ebreo, nano e negro!»
«E sentiamo: cosa gli hai detto?» Dolek piegò la testa di lato, facendo guizzare i suoi occhi verdi addosso all’ebreo.
Szmu lo guardò e smise di ridere. Senza rispondere, prese un fiammifero e lo accese sfregandoselo tra due dita. Il fuoco – miracolo di un altro mondo – inghiottì un poco di grigio e bruciò la carta e il tabacco della sigaretta.
A questo punto, Szmu fece un lungo tiro, si tolse la cicca di bocca, buttò fuori il fumo e solo allora rispose:
«Gli ho detto che sei dei loro, che conosci la lingua e che ci parlerai.»